sabato 30 agosto 2014

Didattica e tecnologia

In attesa di conoscere le nuove Linee Guida proposte dal MIUR, mi chiedo se ci si sia posti il problema di adeguare gli attuali regolamenti allo sviluppo sempre più veloce delle tecnologie il cui uso a scuola potrebbe favorire il processo di insegnamento - apprendimento.
Il particolare, mi riferisco alla Circolare Ministeriale (vedi link in basso) relativa all'uso del telefono cellulare in classe.
"Laddove se ne ravvisi l’'opportunità, il regolamento di istituto potrà prevedere le misure organizzative più idonee atte a prevenire, durante le attività didattiche, il verificarsi del fenomeno di un utilizzo scorretto del telefonino." (Circolare Ministeriale del 15 Marzo 2007).
Nel testo si parla di uso improprio del cellulare, teso ad interrompere il regolare svolgimento delle lezioni sia da parte dei docenti che da parte degli studenti. Ma laddove il cellulare diventasse strumento di lavoro (come il tablet, del resto), non credo si possa parlare di violazione del Regolamento. Sarebbe però opportuno che il MIUR, onde evitare equivoci di sorta, aggiorni il Regolamento in proposito, anche perché piuttosto datato  e superato dalle recenti indicazioni operative legate alle nuove strategie didattiche. 

martedì 26 agosto 2014

Come una fenice.

Ho sempre creduto che le donne fossero sinonimo di forza e indipendenza, credevo davvero nei diritti difficilmente conquistati dal movimento femminista.
Poi sono caduta nella trappola dell'amore, che mi ha fatto amare un ragazzo tremendo. Mi ha soggiogata, mi ha fatto credere che fossi completamente fuori posto e sola, che qualsiasi cosa facessi o dicessi era sbagliata e io dovevo chiedere scusa. Ho subito sfuriate psicologiche, verbali...e a volte sul mio stesso corpo.
Ora, però, ho il coraggio di affrontare tutto ciò che mi è successo. Ora io sono donna, forte e indipendente, che vuole godere dei propri diritti e non vuole essere trattata come tappezzeria. Mai farsi abbindolare, chi si comporta così non è uomo: è bestia.
Non è amore, è ossessione. Bisogna avere il coraggio di reagire e rinascere, come la fenice rinasce dalle sue ceneri.
Siamo donne, non bambole.

lunedì 28 luglio 2014

Troppo intelligente per la scuola

Utilizzai questa espressione una ventina d'anni fa quando, per la prima volta, mi trovai alle prese con uno studente che non poteva che essere definito così: troppo intelligente per la scuola. Si annoiava profondamente e ogni giorno era sempre più difficile riuscire a tenere viva la sua attenzione. Arrivava alle conclusioni sempre prima degli altri, saltando passaggi che certi esercizi comunque richiedevano e che invece a lui non interessavano e a cui non aveva alcuna intenzione di prestare attenzione. Nel corso degli anni mi sono altre volte trovata a confrontarmi con studenti così, studenti a cui un vecchio modo di fare scuola tarpava le ali su cui la loro intelligenza volava. Del resto, quanti genitori si sono spesso sentiti dire dai docenti che il figlio "è capace ma non si applica"? L'istituzione scolastica, a partire dalla rivoluzione industriale, è da sempre stata pensata come luogo di trasmissione del sapere funzionale ad un sistema di conoscenze proprio della classe dominante. In una tale ottica, non c'è spazio per la creatività individuale e lo studente riconosciuto come migliore sarà necessariamente colui che meglio si adatterà a un sistema di conoscenze prestabilito. Altro che sviluppo delle capacità critiche: l'unico senso critico riconosciuto sarà quello già incondizionatamente accettato. Può succedere così che lo studente troppo intelligente che rifiuta di adattarsi a un sistema di pensiero, si ritrovi bocciato a scuola. Ma questo non significa che sarà bocciato nella vita. In fondo, non è un pezzo di carta a certificare quello che ciascuno di noi realmente sa fare o sa essere. È anche questo uno dei motivi per cui sono favorevole all'abolizione del valore legale del titolo di studio.

venerdì 25 luglio 2014

Invalsi, Riforma e proposte varie.

Probabilmente sarò in controtendenza rispetto a molti colleghi. A me, tuttavia, la Riforma della scuola, le prove Invalsi e le varie proposte di cambiamento che stanno interessando il mondo della scuola non dispiacciono affatto. Da sempre ritengo che i test Invalsi possano dare indicazioni per valutare l'efficacia dell'azione di insegnamento/apprendimento. Si badi bene: non devono essere considerate l'unico strumento ma uno degli strumenti, anche abbastanza oggettivo, di cui ci si avvale. Ugualmente, sono dell'idea che l'attività del docente debba essere valutata. Le modalità di tale valutazione possono essere diverse ma devono esserci. In tutti i sistemi organizzativi esiste una valutazione ed è su quella che, a mio avviso, ci si deve basare anche per stabilire i diversi criteri di carriera e retribuzione. Non mi dispiace affatto, per esempio, la proposta relativa alla carriera del personale docente avanzata dall'Associazione Nazionale Presidi (vedi link : http://www.anp.it/filemanager/download/documenti/anp_carrieradocenti.pdf). Sinceramente sono stanca di fronteggiare proposte sindacali che mirano a difendere l'indifendibile e a puntare sulla quantità piuttosto che sulla qualità; sono stanca, per esempio, di dover assistere a lezioni (o presunte tali) di colleghi che passano il tempo a leggersi il giornale in classe mentre gli studenti vengono abbandonati a guardare un film su cui poi non devono produrre nulla: nessuna discussione, nessuna riflessione né scritta né orale (e non entrerò nemmeno in merito sulla qualità delle proposte cinematografiche). La professionalità docente è sicuramente difficile da valutare ma che non lo si possa fare è una leggenda diffusa probabilmente da coloro che non hanno alcuna intenzione di essere valutati, almeno formalmente, visto che ciascuno di noi docenti viene quotidianamente valutato e rispettato (o meno) per ciò che fa.

venerdì 27 giugno 2014

Il senso degli Esami di Stato

Mi sono interrogata a lungo, in questi giorni, sul senso degli Esami di Stato. Tra momenti di panico dell'ultima ora evidenziati dagli studenti, vecchi rituali ormai desueti (il pacco con la candela e la ceralacca su tutti) che convivono con tecnologie più o meno avanzate (tracce d'esame che arrivano via web senza scomodare le forze dell'ordine), che piaccia o no, l'Esame di Stato rappresenta comunque per gli studenti che lo affrontano e tutti coloro che sono al loro fianco (docenti, familiari e amici) un momento significativo della loro esistenza. Forse il primo vero momento di prova, di iniziazione al mondo adulto. Ed è proprio questo il punto essenziale, a mio avviso. Molti degli studenti delle nuove generazioni arrivano ad affrontare questa prova assolutamente impreparati. Vissuti da sempre al riparo di ogni pericolo, cullati, coccolati, protetti, non sono stati abituati ad affrontare l'imprevisto, la novità, la prova, di qualunque tipo essa sia, da soli. Da sempre, al loro fianco. hanno avuto adulti che hanno steso tappeti di rose ai loro piedi perché essi, i pargoli, fossero protetti da ogni tipo di pericolo. Hanno affrontato il primo vero esame, nemmeno così selettivo, a 13 anni, alla fine della terza media. E già in quell'occasione molti di loro hanno vissuto con angoscia e panico l'idea di affrontare quella prova. E adesso, intorno ai 18, 19, a volte 20 anni, arriva la prova per eccellenza, il vecchio Esame di Maturità. C'è chi si è preparato con rigore e precisione, affrontando con serietà e costanza l'intero ciclo di studi. C'è chi per cinque anni (a volte qualcuno di più) ha vissuto allegramente, studiando quanto basta, o, a volte, molto meno, per superare l'anno scolastico. C'è chi ha cercato di studiare, sostenendo a fatica il peso dell'impegno, a volte con risultati poco entusiasmanti. Sono tutti qui, quelli che hanno superato la selezione dello scrutinio di ammissione. Alcuni non credono nemmeno nel miracolo di avercela fatta e così, per fede, continuano ad illudersi che pur non facendo nulla riusciranno ad ottenere l'agognato pezzo di carta, un 58 e due bei poderosi calci piazzati da parte della commissione che certificherà il loro 60/100 con buona pace di tutti. Ci sono coloro che, al contrario, e seppur a fatica, sperano di farcela così come hanno sempre fatto, tra incertezze e successi, affidandosi alla clemenza della corte, alla fortuna o anche ad uno studio matto e disperatissimo dell'ultim'ora. Ci saranno exploit inaspettati e cadute clamorose, rigorosamente legate alla capacità di dominare l'ansia, a prescindere dal grado di preparazione raggiunto. C'è chi, infine, come ha sempre fatto, continua a studiare con rigore, serietà e costanza, affidandosi alle competenze acquisite nel tempo e alla lucidità che consente di affrontare l'esame con qualche timore ma anche con consapevolezza del percorso svolto. Saranno costoro ad uscire vincitori dall'Esame di Stato: coloro che, azzerato l'intero percorso curricolare precedente, salvo i punti di credito acquisito nel triennio finale, saranno in grado di dimostrare, mediante le prove scritte ed orali dell'esame, che il punteggio accumulato corrispondeva effettivamente alla loro preparazione. E' forse questo il senso dell'Esame di Stato: dimostrare di essere diventati adulti poiché si è in grado di affrontare una prova con lucidità e rigore.

sabato 21 giugno 2014

Essere o apparire? Il nuovo dilemma.

La nuova moda dei social network è la frase: "Se metti mi piace ti dico quando sei bella/o da 1 a 10".
E' questo il vero problema che, oggi, affligge tutti quei ragazzi tra i 13 e i 19 anni: la bellezza e il numero di "like" alle loro foto, come se la loro intera esistenza si basasse su questo numero. Che se ne faranno, poi, di tutto questo? La bellezza prima o poi sparisce, l'essenza della persona rimane per tutta la vita.
I ragazzi utilizzano programmi per modificare foto, per diventare popolari, ma non sanno che usare in modo corretto un congiuntivo è meglio di avere un bel visino. Ad un colloquio di lavoro che diranno? "Io però sono bella/o!"? Non servirà a nulla. Purtroppo, però, non sarà nemmeno facile fare dell'essere di una persona la nuova moda, essendo il mondo il principale promulgatore dell'apparire.
Dovremmo stare qui a guardare e a lasciare che tutto questo faccia il suo corso, cercando di sperare che prima o poi passi.
Dal canto mio, ringrazio fortemente la scuola per il supporto che mi ha dato nel capire che l'apparire non è nulla senza l'essere. 

mercoledì 11 giugno 2014

La vita, tra finzione e realtà

Quante volte siamo invasi dalle preoccupazioni, dallo stress della vita quotidiana o dal continuo ripetersi delle giornate monotone?
Spesso. Troppo.
E in quanti siamo a cercare la pace interiore, la tranquillità e la spensieratezza guardando un film?
Uno qualsiasi, che ci porta via i pensieri, oppure uno che più ci sta al cuore e che ci riporta a quella condizione di pace antecedente.
Ci rifugiamo in quel contesto, ci lasciamo portati dai racconti, dimentichiamo e viviamo con intensità l’emozione del momento.
Ci piace guardare i film perché spesso viviamo quello che nella vita reale, condizionati dal giudizio della società, non potremmo mai vivere.
La vita non è un film, ma la possiamo rendere tale…

La dobbiamo cambiare al punto di non sentire più il bisogno vitale di abbandonarci in una realtà diversa.

lunedì 9 giugno 2014

La guerriera di Martina

In occasione dell'ultima verifica di italiano, ho chiesto agli studenti di scrivere un testo che si configurasse come un post da pubblicare su un blog il cui pubblico fosse di istruzione medio - alta. Ho assegnato loro una decina di argomenti, chiedendo inoltre di aggiungere un titolo al testo prodotto. Ho promesso loro che i migliori sarebbero stati pubblicati qui. Così, Martina, che aveva scelto l'argomento "Salviamoci la pelle", ha potuto pubblicare qui il suo testo. Presto anche altri studenti come lei avranno la sua stessa possibilità.

venerdì 6 giugno 2014

La mia guerriera? E' un uragano

Lei era forte! Tremendamente forte, aveva la forza di un uragano; era una guerriera, proprio il contrario di me.
Vedevo nei suoi occhi la voglia di combattere la malattia, di lottare per sopravvivere, vedevo il coraggio sconfiggere la paura; nulla poteva fermarla, né la nausea, né la fragilità, né la perdita dei capelli, né la sofferenza negli occhi dei suoi cari. 
Lei combatteva ogni giorno la dura battaglia con il sorriso sul volto, un volto pallido, stanco, smagrito, ma sempre e comunque bello, anzi fantastico.
Trovava il coraggio nei suoi cari, in me, nei suoi amici e, pur sapendo che sarebbe stata una lotta lunga e difficile, lei a testa alta tirava fuori gli artigli e proprio come un uragano stravolgeva tutto con quella sua potenza, quella voglia di sopravvivere, salvarsi la pelle e ridere. Lei aveva l'amore negli occhi e la sicurezza che quell'uragano che aveva dentro di sé avrebbe annientato la malattia.
Lei oggi sorride e ce l'ha fatta! Ha vinto! E io sarò sempre fiera di lei, perché lei è mia, è la mia guerriera.